
“Gli adulti sono troppo seri per me. Non sanno ridere. Meglio scrivere per i bambini, è l’unico modo per divertire anche me stesso”.
Roald Dahl.
Quando ero in seconda elementare mia madre decise di dare una festa per il mio compleanno.
Aveva scelto di invitare tutti i miei compagni di classe, ma la casa in cui abitavamo era decisamente troppo piccola, quindi, per riuscire a farci stare tutti, decise di invadere quella di mia nonna!
Io non ero molto d’accordo, volevo bene ai miei compagni, ma non mi piaceva l’idea di stare al centro dell’attenzione. Ho sempre preferito prestarla più che generarla.
Ma la mamma era entusiasta, ed è impensabile frenare un simile trasporto. Non avrei mai potuto farlo, per il semplice motivo che ai miei occhi l’entusiasmo non è solo una forma d’eccitazione, ma qualcosa di molto più profondo. È una forza che ci invade rendendo ogni meta raggiungibile, uno stato d’animo che non si avvede degli ostacoli. Travolge e coinvolge, rendendo realizzabili anche i sogni.
Non per niente la parola nasce dal greco en, dentro, e thèos, Dio. Il Dio dentro.
In più mia madre da entusiasta è decisamente bellissima!
Quindi la feste si fece.
Sedici bambini di sei anni ciascuno all’interno di una casa abituata ad ospitare tre adulti molto adulti. Un caos incredibile. Ripensandoci adesso mi pare abbastanza logico che la mamma si convinse a non dare più festicciole di compleanno dopo questa!
In ogni caso ormai era fatta e in soccorso agli adulti arrivarono ben presto la torta e i regali da scartare.
Con i piattini colorati in mano e il dolce in bocca tutti si fecero tranquilli, seduti da qualche parte ad aspettare che io iniziassi ad aprire i pacchetti.
Ecco che il centro dell’attenzione tanto temuto era arrivato!
In piedi davanti a loro strappavo la carta e ringraziavo automaticamente, poi subito mettevo da parte il regalo. Non riuscivo a trovare interessanti gli orsetti di peluche e le barbie che i miei occhi incontravano oltre le tinte vivaci della carta stracciata. Tutti quegli oggetti mi lasciarono indifferente.
Tutti tranne un libro.
Era un grosso volume dagli angoli appuntiti. Sulla copertina rigida portava stampata in bella mostra l’immagine di una bimbetta vestita di blu, seduta sopra una cassa di legno, con in grembo un grosso libro e molti altri a circondarla. “Matilde”, diceva il titolo.
Ne ero totalmente affascinata, era la prima volta che le mie mani stringevano un vero romanzo, i miei occhi non vedevano l’ora di tuffarcisi dentro!
Le avventure dell’intelligentissima Matilde, che adorava leggere e possedeva poteri telecinetici, mi fecero compagnia per giorni interi, ovunque io andassi il libro veniva con me. Trovavo incredibile come quelle parole avessero la capacità di rapirmi, trascinandomi alle prese con i suoi strambi genitori:
“Papà, mi compreresti un libro?”
“Un libro? E per che cavolo farci?”
“Per leggerlo!”
“Diavolo, ma cosa non va con la tele? Abbiamo una stupenda tele a ventiquattro pollici e vieni a chiedermi un libro! Sei viziata, ragazza mia”.
Ne ero letteralmente entusiasta!
A questo mio primo romanzo ne seguirono moltissimi altri, ma è innegabile che fu proprio lui ad appassionarmi alla lettura. Il signor Roald Dahl mi fece iniziare per non smettere più. Non credo ci siano parole per ringraziarlo a dovere, né lui, né mia madre col suo entusiasmo per la festa di compleanno, né il ragazzino biondo che sorridendo mi diede in mano quel pacchetto squadrato. Tutti loro contribuirono nel farmi apprendere la prima delle molte lezioni che leggere mi avrebbe insegnato, ovvero questa:
Matilde disse: “Non bisogna lasciare niente a metà, se si vuole farla franca. Si deve essere scandalosi. Andare fino in fondo. Assicurarsi che tutto ciò che faremo sia completamente pazzo e incredibile. Tanto assurdo da risultare impossibile”.
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postato da pantherain
