Cronache di una doccia.

È mattina. A svegliarmi è il rumore di un trapano che qualche vicino molto vicino ha deciso coraggiosamente di utilizzare. Mi stiracchio tra le lenzuola azzurre e mentre rotolo giù dal letto mi diverto ad immaginarli alle prese con enormi quadri da appendere sulle loro pareti bianche, casette per uccelli da costruire e mettere in giardino, librerie da montare. Zampetto in bagno fantasticando su bellissimi scaffali dipinti di blu intenti a sorreggere con orgoglio tantissimi libri dalle copertine colorate.
Sorrido ed entro in doccia.
Giro la manopola verso sinistra, come per magia l’acqua inizia a scorrere. Aspetto paziente che diventi bollente. La mamma me lo ripete sempre: “Non farti la doccia a quaranta gradi come tuo solito, per piacere”, io allora la faccio a quarantacinque!
Decido che è calda abbastanza. Le gocce mi bagnano i capelli, scivolano sulla pelle divertendosi a trasformarsi in torrenti. Come ogni volta che mi ritrovo ad insaponarmi sotto la doccia inizio a cantare. Attacco a starnazzare la canzone dello zecchino d’oro che preferisco, con gli occhi stretti per non far entrare lo shampoo e la voce che rimbomba tra le pareti del piccolo bagno.
Quando finisco di cantare penso.
Penso che camminerei tutte le strade, a qualunque velocità, con te. Ascolterei tutte le parole, parlerei tutte le parole. Anche senza voce, anche quelle che non si dicono, ma si fanno. Come un “grazie”!
Mi sporcherei di terra sempre, proverei ad arrampicarmi sugli alberi fino a riuscirci davvero. Guarderei i tuoi occhi abbassando i miei subito dopo ogni volta, o quasi. Scavalcherei tutti i cancelli, con te.
Esco dalla doccia, mi asciugo e indosso il maglione arancione. Mi guardo allo specchio e, mentre sbatto le ciglia osservandomi, decido che il condizionale non è adatto a tutto questo. Il futuro semplice è decisamente meglio! 
Sorrido e non smetto.


  1. postato da pantherain



19/2/2012 . 13 note . Reblog