Durante il mio viaggio in Cina mi sono innamorata di parecchie cose.
Ad esempio dei leoni di pietra. Queste statue si possono incontrare davanti agli ingressi di molte abitazioni e di praticamente tutti i loro templi. Sono sempre in coppia, un maschio e una femmina. Identici, tranquillamente accucciati sulle zampe posteriori, coi loro collari decorati con grossi campanelli e le fauci spalancate. L’unica differenza sta in ciò che proteggono con una delle zampe anteriori. Il maschio una sfera, a rappresentare la legge, ma anche l’uovo cosmico, il mito della creazione dell’universo. La femmina un piccolo cucciolo di leone, a simboleggiare il suo dominio sulla vita.
Mi sono innamorata dell’usanza di mettere alla base di tutte le porte dei templi una barriera, di legno o di pietra, alta pochi centimetri, utile a bloccare il passaggio degli spiriti maligni. Secondo una loro credenza i demoni hanno le ginocchia rigide, non potendole piegare è impossibile che riescano a superare quegli scalini, quindi i luoghi sacri rimangono ben protetti!
Ho subito amato i draghi imperiali, riconoscibili dai loro cinque artigli ricurvi. Simbolo dell’Imperatore, nessuno poteva riprodurli senza il suo consenso. A Shanghai esisteva una famiglia benestante. Il figlio, vedendo suo padre invecchiare, decise di fargli un regalo. Un posto in cui potesse riposarsi circondato dal verde degli alberi e dal dolce suono dell’acqua, un luogo in cui poter passare in pace il poco tempo che gli rimaneva. Un parco. Il ragazzo fece il possibile per renderlo degno di un imperatore, desiderava che suo padre, all’interno del giardino, si sentisse al pari di un vero sovrano. Prese quindi la decisione di far costruire cinque draghi, credendo di poter evitare le ire del vero imperatore semplicemente diminuendo i loro artigli a tre. Suo padre fu entusiasta del regalo, ma l’Imperatore, venuto a conoscenza dell’esistenza del parco, s’infuriò ugualmente. Il figlio fu punito e l’intera famiglia cadde in disgrazia.
Mi sono perdutamente innamorata delle enormi pietre e degli alberi secolari accoccolati nei giardini della Città Proibita. E di Guāng, Luce, un giovane cuoco di un ristorante in cui ci siamo ritrovati una sera, capace di giocare col fuoco a suo piacimento. E poi del mais nero, del tè al gelsomino, delle librerie. Del poter guardare Mulan nella lingua più appropriata!
Ma in realtà ciò che più mi ha colpito sono state le persone.
Non essendo per nulla abituati ad incontrare occidentali erano molto incuriositi dal nostro gruppetto.
La prima persona a chiedermi gesticolando di poter fare una fotografia insieme mi lascia qualche istante a bocca aperta, tabula rasa nel cervello, balle di fieno che rotolano. Fortunatamente non mi viene lasciato il tempo materiale di dire o fare nulla, ancora imbambolata dalla richiesta mi ritrovo abbracciata a sconosciuti sorridenti, abbagliata dal flash.
Dalla seconda volta in poi va decisamente meglio, almeno sostituisco la faccia da ebete con un sorriso!
A Pechino, precisamente in piazza Tienanmen (letteralmente “Porta della Pace Celeste”), avviene la volta più bella. Le nostre fotografie di rito sono già state scattate, come mio solito mi allontano dal gruppo trotterellando, libera di immergermi nei miei pensieri. Non riflettere sul massacro avvenuto proprio dove sto poggiando i piedi è quasi impossibile. Mi perdo a immaginare lo studente disarmato che, durante le famose proteste studentesche avvenute nell’89, riuscì a fermare dei carri armati semplicemente parandosi loro davanti. Provo ad immedesimarmi, a pensare ciò che pensava lui durante quegli istanti.
Improvvisamente, però, qualcosa mi strappa al mio fantasticare. Vedo avvicinarsi in mia direzione una coppia cinese di mezza età. Mi fermo ad osservarli, loro fanno lo stesso. Il signore tiene appesa al collo un’enorme macchina fotografica nera, la signora mi guarda sorridendo a labbra chiuse, pupille luccicanti, decisamente irresistibile. Capisco ciò che desidera, sorrido iniziando ad andarle incontro. Lei fa prima, direttamente corre!
Mi si aggrappa al braccio felice, sbilanciandomi pericolosamente. Intanto il marito inizia a scattare. Guardo la donna ridere di gusto, soddisfatta. In quel momento è la signora più bella che abbia mai visto!
Prima di andare via mi ringrazia con un breve inchino che imito sicuramente male. Mentre li osservo allontanarsi mi chiedo: davvero basta così poco per far felice qualcuno? Davvero il semplice fatto di essere nata con un paio di occhi più grandi del solito per i canoni di questo posto può rendermi in grado di causare un istante di gioia simile? È stupendo!
Sorridente e immobile, in mezzo alla piazza più grande del mondo, penso che rimarrei volentieri in Cina a vita solo per continuare a poter causare sorrisi come quello che è appena andato via.
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postato da pantherain
