Ad una domanda simile la mia risposta poteva solo essere: “e siamo ancora a casa?!”.
Ho finito il mio programma studi con un giorno d’anticipo, decido che posso tranquillamente permettermi di trotterellare fino in Via Nazionale!
Zampetto tutta contenta sulla scalinata del Palazzo delle Esposizioni di Roma, intanto mi diverto ad osservare le persone che siedono su di lei: coppiette sbaciucchianti, accoccolati l’uno contro l’altra, amiche impegnate a ridere sguaiatamente, un bimbo con un berretto azzurro che saltella sul posto mentre la madre tenta di aprire molto concentrata la confezione di una merendina, turisti che consultano con sguardo interrogativo cartine immense e spiegazzate. In cielo, nel frattempo, gridano i gabbiani.
Mi piace molto osservare, il mio museo solitamente è il mondo, i miei quadri chiunque io abbia la fortuna di incrociare. In questo museo immenso le mostre cambiano in continuazione e, per di più, tutto è gratuito. Non riesco a immaginare niente di meglio!
Mi ritrovo quindi ad entrare in un museo dentro il museo, un paradosso!
Supero una ragazza intenta a farsi fotografare felice davanti il Palazzo, arrivo in cima alla scalinata, spingo la pesante porta di vetro ed improvvisamente sono dentro.
Passo due ore sprofondata nel magico mondo del Solomon R. Guggenheim Museum!
Durante il mio viaggio a New York non ero riuscita a scappare un’ennesima volta per riuscire a visitarlo, quindi è ovvio che io sia entusiasta di poter finalmente fare la conoscenza dei bellissimi quadri del signor Jackson Pollock, uno dei maggiori esponenti dell’impressionismo astratto. Inevitabilmente mi innamoro del suo Green Silver.
Incontro anche la Pop Art grazie a mister Roy Lichtenstain, per la seconda volta in vita mia. La prima avviene al Moma di New York, dove passo non so quanto tempo in compagnia del suo bellissimo Drowning Girl, chiedendomi cosa avesse mai potuto fare questo Brad per inorgoglire talmente tanto la ragazza coi capelli blu da farle preferire l’annegamento piuttosto che chiedere il suo aiuto. La seconda volta oggi, a Roma, dove incontro il fantastico Grrr. Pensare ad Aris è automatico!
Continuando a camminare mi si presenta davanti agli occhi per la prima volta il signor Joseph Kosuth, pioniere dell’arte concettuale, che, sussurrandomi la frase “art as idea as idea”, mi mostra il suo Water, riportandomi alla mente splendide conversazioni avute qualche tempo fa. Sorrido ringraziandolo segretamente e proseguo il mio giro!
È poi il momento di imbattermi in mister Frank Stella, pittore minimalista, che mi propone il suo gigantesco Harran II. Possiede colori impossibili da descrivere per quanto sono belli, quasi abbaglianti!
Finisco di vagabondare imbattendomi in due esponenti dell’incredibile fotorealismo, rispettivamente il signor Richard Mclean, col suo Medalion, e mister Richard Estes, che mi offre la possibilità di salutare il Guggenheim Museum. È quasi impressionante il modo in cui questi quadri sembrino delle vere e proprie fotografie!
Io e chi mi accompagna riposiamo qualche istante nella rotonda al centro del museo, dove sono ospitati alcuni divani quadrati di cui ovviamente mi innamoro perdutamente. Mentre sono rannicchiata nel mio quadratino di stoffa grigia osservo le frasi appese sui muri circolari che ci circondano. Sono di un altro artista concettuale, il signor Lawrence Weiner, e recitano: Earth to earth, ashes to ashes, dust to dust, con accanto la traduzione in italiano: terra alla terra, cenere alla cenere, polvere alla polvere.
Chiudo gli occhi e mi chiedo se è vero.
È vero che la terra torna alla terra, la cenere alla cenere, la polvere alla polvere?
È vero che un qualcosa è destinato a stare con ciò che gli somiglia?
Non so rispondermi. Mi risuona nelle orecchie una frase di una canzone: “io di risposte non ne ho, mai avute e mai ne avrò. Di domande ne ho quante ne vuoi”.
Potrei continuare per sempre. Ad esempio, io a cosa appartengo?
Alla terra, alla cenere, alla polvere?
Spalanco gli occhi abbagliandoli con le illuminazione appese sul soffitto del museo.
Sbatto le ciglia e decido che semplicemente io non appartengo. Perché se non appartieni non hai dove dover tornare.
Al massimo hai dove puoi tornare, non dove devi.
Sorrido, mi alzo dal divano quadrato con un colpo di bacino e, mentre mi stiracchio alzando le braccia verso l’alto, dico a chi mi accompagna: “Andiamo? Ho proprio voglia di tornare!”.
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invidio tanto la tua visita *__*
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postato da pantherain
