Camminite acuta.

Drin drin, squilla il telefono.
“Pronta!”, affermo rispondendo. La voce dall’altro lato della cornetta mi ricorda subito che sono le quattro passate e che quindi sono in ritardo. “Davvero?”, chiedo ridacchiando mentre zampetto per casa cercando di recuperare tutto quello che mi occorre per studiare. Sono già a conoscenza del mio essere fuori tempo, e ne sono felice!
Quei pochi che mi conoscono abbastanza sanno che sono per natura molto puntuale, come sanno anche che se non lo sono è perché sicuramente ho perso il senso del tempo ritrovandomi immersa nel fare qualcosa che mi piace. Proprio come in questo caso!
Ma la voce in questione non fa parte di quelli che mi conoscono abbastanza. Conferma energicamente la mia non puntualità, poi, subito dopo, si propone per passarmi a recuperare fin sotto casa in macchina.
Smetto immediatamente di zampettare bloccandomi in corridoio.
So perfettamente dove abita la voce con cui sto parlando.
Dieci minuti, massimo un quarto d’ora, a piedi da dove studiamo.
“Tu in biblioteca ci vai in auto?”, chiedo. La risposta è affermativa. “Perché?”, domando.
“Come perché. Ho la macchina, quindi la uso!”.
Mi stacco il cellulare dall’orecchio e lo fisso con espressione corrucciata, colta di sorpresa dalla risposta. Immagino la voce con cui sto parlando guardare con occhi tristi oltre un finestrino, volante in pugno, cercando disperatamente un parcheggio impossibile da trovare nei pressi dell’università, per giunta a pagamento.
Dopo un primo istante di smarrimento mi stringo nelle spalle e, sbattendo le ciglia, riavvicino l’aggeggio infernale alla testa: “No, grazie!”, dico rifiutando. La voce allora prova a convincermi, ostinata. Sorrido ascoltandola, intanto infilo con la mano libera appunti, block notes e penne dentro la borsa.
È un mese ormai che passo le mie giornate seduta su una sedia, gli occhi sprofondati tra le righe di libri senza immagini, le mani a sorreggermi la testa. Per chi, come me, potrebbe tranquillamente uscire di casa, incominciare a camminare e non fermarsi più, è davvero molto complicato imporsi di rimanere seduta, ferma e buona, ad una scrivania!
Non ho quindi nessunissima intenzione di rinunciare ai già pochi passi che riesco a concedermi ultimamente, quelli che impiego per percorrere il tragitto tra casa e biblioteca, e viceversa.
Ma la voce insiste!
Io ridacchio immaginando l’imperdonabile torto che farei a me stessa accettando di uscire dal portone di questa scatola di cemento che di solito chiamo casa, respirando finalmente l’odore dell’aria fresca che tanto amo, per richiudermi però l’istante dopo all’interno di una scatola di ferro, che mi trascinerà velocemente dentro un’ennesima scatola di cemento. No!
Lo dico anche alla cornetta: “No!”.
“Ma perché?”, mi chiede indispettita la voce.
“Come perché.”, rispondo: “Ho i piedi, quindi li uso!”.
Sorrido. 


  1. theshapeofmyhead00 ha detto: giusto!nulla di meglio di una camminata soprattutto quando non ce la si può (quasi) mai permettere :)
  2. zefiro76 ha detto: :)
  3. postato da pantherain



28/2/2012 . 10 note . Reblog